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Fibrillazioni (per Paolo Monti)

 

di Gilberto Pellizzola
Docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Carrara

PAOLO MONTI, 2000

Ovvero: frammenti e impressioni, in confronto dialettico ad un procedimento artistico, che è proprio di Paolo Monti, invece fluido, continuo, come narrativo. Che si realizza nel  tempo reale e nello spazio fisico del fenomeno tecno-scientifico. In questi termini, avvenimento e opera si identificano e si concretano nel sito curvilineo dell’orizzonte degli eventi.

Mi accorgo di non trovare altro che proposizioni scandite e separate, una specie di erranza per approssimazione, nel voler dire con lingua mia sull’operare di Paolo. Tanto densa e strutturata ed essenziale è la sua ricerca, altrettanto brada e diseguale sarà la mia. (In questo imbarazzo è il segno della tragicommedia stantia che ancora oppone “umanisti” e “scienziati”.)  

Dice Monti: scienza (non tecnologia), e ciò costituisce subito un caso. La sua unicità di autore, il brusio del senso, quasi nascosto perché davvero complesso, del progetto e dell’opera, riposano in un livello ulteriore rispetto al sembiante “macchinico” e in certi casi para-scultoreo, oppure, altrove, decantato in luce e immagine e riflesso. In ogni caso, Monti ci conduce alle soglie dell’impercettibile e ai confini estremi della sensorialità.

L’avventura delle forme è tutta in questa asserzione disinvolta e insieme trasgressiva, provocatoria: scienza . Parola già epocale e ad alto potenziale semantico ed evocativo, ma oggi in crisi perché vulgata fino alla riduzione a simulacro.

Una vera scientificità dentro il fare artistico è rara, e diventa rivendicazione se raffrontata ai due versanti maggioritari del dialogo risentito fra arte e tecnologia (nel cui contesto sfuggente sembra comodo rubricare anche Monti).

Da una parte il primato dell’immagine e della performatività tecnologica, che tratta con enfasi spettacolare e virtuosismo tecnico il linguaggio elettronico. Dall’altra un atteggiamento di derivazione poverista e di neoavanguardia, che sottopone l’ambito tecnologico a prove critiche, a risultanze problematiche e spesso beffarde. In ambedue i fronti appare fondamentale conferire un plusvalore estetico alle presenze tecnologiche, come per redimerle da un vizio d’origine (la scientificità, verosimilmente).

Monti è sempre stato estraneo e diverso rispetto a queste due polarità, dato che il suo fare conserva ogni volta il rigore e la fantasia della scienza nell’ambiguità costitutiva dell’esperimento e della magia, del gioco e della dimostrazione. Che inoltre si arricchisce di stratificazioni e sottotesti in direzione di una nuova e attuale apologia della ragione scientifica: come sostanza speculare della ragione creativa. (La diversità di Monti è stridente specie nel suo Paese, ove gli abitanti – il bel paradosso è di Giulio Bollati – si sentono postmoderni senza esser stati prima moderni.)

In una veloce e lacunosa figurazione di un albero genealogico di Monti si dovrebbe leggere la conferma di una nobile discendenza (dal Sublime Tecnologico sette-ottocentesco a certo Futurismo, da Moholy-Nagy  a Fluxus, fino alle ricerche appartate di Bruno Munari e Piero Fogliati). Ma anche e forse soprattutto s’intravede una storia leggera dell’intensità, quale nerbo e movente del dialogo dell’artista con l’ambito della tecno-scienza.

Un’intensità che nelle idee di Virilio diventa addensamento di mistero e provocazione del limite. Un modo sensuale e però sistematico di affrontare il problema nell’epoca della sua globalizzazione economica e dispersione sociale e culturale. La procedura dell’intensità, stare dalla parte delle intensità, come suggerisce letteralmente Virilio, significa portare all’estremo i già esili confini fra arte e scienza, come se ciascuna offrisse all’altra se stessa come specchio e come simbolo reciproco.

Metodo creativo e fantasticheria sistemica non sono quindi ossimori (assodato ma non ovvio): piuttosto si fondono nell’allegoria di un sapere-fare unitario e molteplice.

Il tasso di diffusione e compenetrazione del tecnologico in rapporto alla vita quotidiana e all'immaginario è tale da oscurare pressoché completamente l’origine scientifica del fenomeno. Come dire che la smemoratezza circa la dimensione culturale e il portato di innovazione reale delle neotecnologie produce una sorta di allontanamento, di separazione fra scienza e tecnica.

Nella coscienza diffusa della contemporaneità non c’è spazio per le relazioni fra ricerca avanzata, con tutte le implicazioni politiche ed economiche, e finale risoluzione operativa, percettiva e di massa delle scoperte e delle invenzioni. La tecnica, occultando la propria radice scientifica, impoverisce la dimensione umana, sociale e antropologica della tecnologia.

Contro questa ricezione smemorata resiste Paolo Monti, offrendo una via di riconciliazione fra scienza, tecnica e società attraverso il livello metaforico e affabulante dell’opera, narrando infinite peripezie dell’energia, del corpo e della materia, del valore e del simbolo (il danaro!!) entro gli scenari ritualizzati e pseudosacrali dell’arte.

Monti è un ecologo, e un disinfestante, della percezione. Il suo programma si svolge, semplificando molto, in un decorso dalla sinestesia all’entropia, coinvolgendo i sensi e i corpi di coloro che si approssimano all’opera per accompagnarli verso uno stato immateriale, ove l’emozione estetica si sublima nel bianco lavorio delle sinapsi. Sinestesia, opera totale, interazione, interattività: ma non la stupefazione barocca, non l’intrattenimento multimediale.  

Le sue magie, i suoi teoremi, operano una sorta di purificazione degli sguardi e delle menti – se appena il soggetto dell’esperimento è disponibile, s’intende – fanno intuire e godere che c’è qualcosa d’altro, di più intenso, infatti, e di meno ipocritamente univoco.

Non parlo di contaminazioni e virus, per carità. L’immaginario postapocalittico e cyberpunk non c’entra. Semmai è proprio contro il virus della contaminazione linguistica che agisce Paolo Monti. Ripeto: è all’unità che egli tende, ad una rinnovata sintesi armonica, oserei dire rinascimentale – o bauhausiana.  Classicismo, probabilmente.

 

 

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Fibrillazioni (per Paolo Monti)” è tratto dalla raccolta di testi prodotti per la mostra personale di Paolo Monti, Vierdimensional², tenutasi nel 2001 all'Università di Konstanz (D), Galerie Auf Der Empore.

 

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